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Alessandro Capitelli – Saggio di Natale 2013

Pubblicato da il sab 21 dic, 2013 in News, Video | 4 commenti

I bimbi sono l’anima del Natale; auguro a tutti i miei amici e anche agli sconosciuti un sereno periodo natalizio…sulle note di un giovanissimo pianista!

Adolfo Capitelli

Riflessioni su “L’origine del pianismo brahmsiano”

Pubblicato da il ven 22 nov, 2013 in News | 0 commenti

Quando un giovanissimo pianista qualche tempo mi fa mi domandò se ci fosse stato oltre a Chopin, un compositore che amò in modo molto profondo il pianoforte, risposi senza esitazioni che Johannes Brahms era sicuramente uno dei migliori esempi da riportare. Affermai, credo a ragione, che la filosofia musicale del compositore di Amburgo, sia orchestrale che cameristica, non poteva prescindere, ed anzi derivava la sua essenza dall’applicazione al pianoforte. A quel punto per dare sostegno alla mia tesi riportai gli esempi del Primo Concerto per pianoforte e orchestra e delle Variazioni su un tema di Handel per orchestra, lavori che le bozze superstiti dimostrano aver avuto prima un antenato nella versione per lo strumento a tastiera. Nella vastità della letteratura pianistica ottocentesca, nella varietà dei metodi proposti da pianisti di calibro mondiale (all’epoca avrebbero forse detto europeo), e nell’epoca dei più grandi virtuosi che la storia pianistica ricordi, il pianismo tutto personale e originale di Brahms emerge, senza sfigurare, attraverso i due quaderni che compongono i suoi Cinquantuno Esercizi, che vennero definiti proprio da lui medesimo come “allegri rompi dita” e che risultano indispensabili per saper suonare le composizioni mature dell’autore stesso. Non si tratta certo di Studi che esprimono ideali espressivi elevati o che abbiano una eccezionale inventiva (come accade in Chopin) e non sono nemmeno un compendio di Esercizi atti a sviluppare quella tecnica pianistica trascendentale tanto cara a Liszt o Thalberg; è piuttosto un metodo in cui, attraverso l’esecuzione e la risoluzione di problemi tecnici, il compositore tedesco mirava a raggiungere l’indipendenza delle dita e delle mani, nonché un rafforzamento generale delle stesse. In questi esercizi ritroviamo difficoltà quali i salti d’ottava, le ottave spezzate, arpeggi e accordi in posizione lata in grande abbondanza (a dimostrazione di una visione orchestrale della tastiera), il tutto riportato in frequenti disparità ritmiche delle due mani che spesso si scambiano la melodia e le correlate difficoltà espressive, soprattutto quando queste devono emergere nelle voci interne. E’ innegabile il valore tecnico di questi due volumi che sono alla base del pianismo brahmsiano, permeato di una profonda intimità, di un laborioso e denso contrappunto (in questo influenzato da Schubert e Schumann) di un senso di serafica contemplazione e al tempo stesso non privo di influssi derivanti dallo stile pianistico di Clementi e del maturo Beethoven.

A quel giovane pianista ho consigliato Brahms!

(Adolfo Capitelli, 22 novembre 2013)

Riflessioni su “Lo studio da concerto”

Pubblicato da il lun 7 ott, 2013 in News | 6 commenti

Nei primi decenni del XIX secolo, il pianoforte conobbe una fortuna smisurata anche al di fuori dell’ambito professionistico. I pianisti dilettanti si contavano a migliaia e nei paesi maggiormente vicini al mondo musicale una famiglia su cinque possedeva un pianoforte. Questa mole imponente di musicisti non professionisti andava di pari passo con la richiesta da parte degli stessi di un repertorio da studiare ed eseguire. I concertisti e virtuosi dell’epoca, da Chopin a Kalkbrenner, da Moscheles a Liszt, da Czerny a Thalberg erano spesso al lavoro per soddisfare tali esigenze (dato che la pubblicazione al pari delle lezioni private rappresentava allora la maggior fonte di reddito per i musicisti). Uno dei generi di maggior fortuna fu lo Studio. Se nel XVIII secolo lo Studio aveva trovato la sua ragion d’essere soprattutto nell’utilizzo a scopo didattico (basti ricordare il Gradus ad Parnassum di Clementi, precursore della tecnica pianistica), nei primi decenni dell’Ottocento, grazie soprattutto al genio polacco di Chopin, si erge a genere concertistico, forma assimilante la funzione didattica e quella artistica allo stesso tempo. Il più grande connubio di tali prerogative fu raggiunto dal compositore polacco nel secondo libro degli Studi op. 25, composto tra il 1835 e il 1837, dove rispetto al primo libro, che servi a Chopin come fucina musicale per migliorarsi come compositore, prende corpo una maggiore maturità compositiva. Le difficoltà tecniche che ivi vengono affrontate sono per lo più le stesse, ma affrontate con una visione allargata e con prospettive nuove. Nel secondo libro c’è una maggiore attenzione alla mano sinistra (sette studi su dodici riguardano la tecnica della stessa, procedendo a volte insieme alla destra), un maggior uso del contrappunto ritmico (vedi studio n. 2 in Fa minore, dove al ritmo incessante della destra si oppone la linea di terzine alla sinistra), un’attenzione maniacale verso la ricerca dell’effetto timbrico (studio n. 1 in La bemolle maggiore che Schumann definì “un’arpa eolica con tutte le scale” o n. 11 in La minore). Chopin fu in tal senso e in certo qual modo, il precursore delle sperimentazioni timbriche che affronterà in seguito Debussy (basti pensare allo studio per “le sonorità opposte”) e trasformò definitivamente l’antica tradizione virtuosistica fine a se stessa rivolgendola verso una più alta dignità artistica.

Dopo di lui, tutti i compositori che si prestarono a scrivere per tale genere ebbero come punto di riferimento i suoi Studi; ovviamente nessuno raggiunse i livelli eccelsi del polacco, ma questo riguarda esclusivamente la loro inferiorità come compositori e musicisti (pur nella loro grandezza) ad eccezione come già detto di Debussy, i cui lavori sono ancora oggi, a mio parere, molto sottovalutati. Nessuno riuscirà più ad eguagliare gli studi chopiniani, ricchi di una mirabile quanto unica  inventiva, di un uso pressoché totale della tastiera, di un’esplorazione tonale e armonica mai più ritrovata nel rapporto tecnico-espressivo. Di tutto ciò non tutti si resero conto immediatamente tra i suoi contemporanei, ma Liszt lo riconobbe quale fondatore di tale genere e riconobbe nelle sue opere una perfezione insuperabile; e ancora  Berlioz osservò che in questi piccoli brani era presente una concentrazione unica delle più alte qualità stilistiche chopiniane e delle sue più folgoranti ispirazioni. Chopin con i suoi studi da concerto (questo diverranno d’ ora in avanti), aprì la strada a nuovi intendimenti compositivi, a un nuovo modo di intendere il virtuosismo,a una diversa concezione dello studio come arte e si aprì verso nuovi orizzonti della modulazione tonale.

(Adolfo Capitelli, 7 ottobre 2013)

Riflessioni su “Quando accordare il pianoforte?”

Pubblicato da il sab 7 set, 2013 in News | 5 commenti

Cari amici pianisti, è terminata l’estate, si avvicina sempre più velocemente l’entrata dell’autunno e con esso la necessità di accordare il nostro pianoforte. Le corde tendono ad un allungamento nell’estate e ad un accorciamento con l’arrivo delle basse temperature, questo perché essendo in metallo (acciaio armonico) ne rispettano le leggi naturali. Tutti i componenti in legno che assemblati insieme danno vita a questo splendido e unico strumento, si contraggono e si espandono a seconda del tasso di umidità presente nell’aria; tutto ciò influisce in modo determinante sulla qualità dell’accordatura del nostro strumento. Proprio per tal motivo consiglio a tutti voi di far accordare il vostro pianoforte almeno due volte all’anno, in corrispondenza di cambi di temperatura significativi (autunno e primavera) che in genere coincidono con l’accensione o lo spegnimento dei nostri impianti di riscaldamento. E’ importantissimo cercare di rispettare queste scadenze, poiché a pianoforti che presentano un considerevole calo di frequenza (causato da un lungo periodo di mancato intervento) corrispondono interventi di accordatura molto più lunghi e impegnativi, con riflessi ovviamente sul prezzo dell’intervento.

Credo sia inutile sottolineare l’importanza di far effettuare tali interventi solo a persone qualificate che abbiano esperienza in questo campo e che abbiano intrapreso un serio e formativo percorso di studio. Tecnici improvvisati rischiano, infatti, solo di provocare danni al nostro strumento, creando problematiche serie alle caviglie e conseguentemente al somiere. Un accordatura poco accurata e poco stabile è solo il minore dei mali a cui si potrebbe andare incontro!

Vi consiglio quindi di consultare il sito dell’AIARP (Associazione Italiana Accordatori Riparatori Pianoforti) per conoscere il tecnico più vicino a voi, o almeno di accertarvi della reale competenza, nel caso chiamiate un altro tecnico. Buona musica a tutti voi!

(Adolfo Capitelli, 7 settembre 2013)

Duo A.Capitelli/A.Calvani – Il pianoforte all’opera

Pubblicato da il mer 7 ago, 2013 in News, Rassegna stampa | 0 commenti

Clicca qui per leggere l’articolo uscito il 6 agosto 2013 alla pagina 36 de Il Tempo in occasione del concerto tenuto dal Duo pianistico formato da Adolfo Capitelli e Andrea Calvani all’interno della III edizione di Fontanone Classica.

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